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PUBBLICATO IN: Teatro italiano di Francesco Righetti attore della commedia drammatica al servizio di S.M. il Re di Sardegna.
Il
testo costituisce il terzo volume della raccolta.
Secondo l'autore la recitazione non è mera "imitazione servile dei modi,
dei gesti, del portamento, della pronunzia" che si trovano in natura, ma è
un'arte che ha bisogno di essere perfezionata con la lettura, la riflessione,
lo studio.
Esiste una differenza sostanziale
tra la declamazione epica e lirica da quella teatrale. Quest'ultima non deve
apparire come esageratamente gonfia, finendo per estinguere i tratti di
verità necessari alla tragedia per assolvere la funzione di insegnamento
morale che la contraddistingue. Bisogna conferire "forza agli argomenti", in modo da farli sentire
in maniera autentica a chi li ascolta. L'attore deve perciò innanzitutto
predisporsi alla percezione del fuoco, della scintilla che arde il suo
personaggio. È questa la differenza sostanziale con l'eloquenza. L'attore non è
infatti animato da un sentimento generico o da una passione incalzante, ma
stabilisce un legame intimo con gli affetti del carattere che dovrà portare
in scena. Pronuncia, inflessioni, gradazione vocale servono quindi a "dar vita"
alle tensioni e ai conflitti ritratti dagli autori drammatici.
Parimenti
importanti per la rappresentazione del personaggio sono: la memoria, la nobiltà e maestà,
il gesto, l'occhio (che deve avere lo stesso peso ricoperto
dal corpo attraverso il gesto), l'orecchio (indispensabile per mettere in moto
il proprio animo durante il dialogo con un altro personaggio), l'espressione
(unico elemento di derivazione più squisitamente imitativa in relazione alla
natura e al vero; si tratta, di fatto, dello studio e dell'osservazione di
usi e abitudini sociali e culturali che forniscono un modello di riferimento
per l'interpretazione di un ruolo).
EDIZIONI SUCCESSIVE: Il testo successivamente occuperà il terzo volume degli Studj sull'arte drammatica pubblicati nel 1834 (vedi). |